La misericordia secondo Dante

Dante accenna alla misericordia nell’opera “Divina Commedia”. Nel primo canto dell’inferno inizia con l’inciso:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Egli esprime una propria esperienza di smarrimento esistenziale che lo porta ad essere comprensivo nei confronti di altri “smarriti”, tant’è che nel viaggio attraverso l’inferno con Caronte incontra personaggi suoi nemici nei confronti dei quali comunque esercita una certa compassione. Lo stare nell’inferno per Dante non significa essere per forza umanamente indegni. Quello che colpisce, accanto alla profonda conoscenza dell’umano sentire, è la grande libertà di quest’uomo e la sua capacità di compassione – in un mondo e in un tempo che, lo sappiamo, con lui furono particolarmente duri, né tanto più teneri per tutti gli altri.

Nell’opera “Convivio”, trattato secondo capitolo X, spiega il senso della parola “pietà”:

“Per che Virgilio, d’Enea parlando, in sua maggiore lode pietoso lo chiama. 6. E non è pietade quella che crede la volgar gente, cioè dolersi de l’altrui male, anzi è questo uno suo speziale effetto, che si chiama misericordia ed è passione; ma pietade non è passione, anzi è una nobile disposizione d’animo, apparecchiata di ricevere amore, misericordia e altre caritative passioni.”


Enea, Anchise ed Ascanio - Bernini, Galleria Borghese

Enea, Anchise ed Ascanio – Bernini, Galleria Borghese

Enea, Anchise e Ascanio è un gruppo scultoreo eseguito da Gian Lorenzo Bernini, eseguito tra il 1618 e il 1619, conservato nella Galleria Borghese a Roma. Il soggetto è tratto dall’Eneide di Virgilio: è il momento della fuga da Troia in fiamme. Enea ha sulle spalle il vecchio padre Anchise ed è seguito dal figlioletto Ascanio. Bernini segue alla lettera il testo virgiliano, dove Anchise siede su una sola spalla di Enea. La diversa età dei tre protagonisti ha dato occasione all’artista di esibire il suo virtuosismo tecnico nella resa della pelle dei tre soggetti: vellutata e morbida del bambino, vigorosa e turgida di Enea, molle e raggrinzita di Anchise.
Il significato attuale della parola pietà, cioè misericordia, non corrisponde al significato del termine da cui essa deriva: la pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e di rispetto verso la famiglia e il valore intrinseco e gerarchico che essa rappresentava nel mondo ellenico. Enea veniva soprannominato il pio non perché fosse buono e misericordioso, ma perché era non solo particolarmente devoto agli dèi, come si vede dalla cieca fiducia che ripose nei loro presagi, ma anche perché incarnava perfettamente i valori di rispetto dell’unità familiare, come si vede nell’Eneide, durante la fuga da Troia, quando Enea si fa carico sia del figlio, sia del padre Anchise. Enea obbedisce sempre agli dèi e al fato, mettendo in secondo piano le vicende personali come l’amore per Didone. Il motivo della pietas è molto evidente nelle sue gesta, come quando è alla ricerca del vecchio padre e lo porta sulle spalle mentre sono in fuga. Qui l’atteggiamento “pietoso” dell’eroe troiano consiste nel rispetto dei valori tradizionali quali la famiglia, la patria e la religione.
Il significato del termine si è avvicinato a quello attuale di misericordia con il Cristianesimo, per il quale la pietà è un attributo di Dio.

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