Misericordia per chi sbaglia

La lettera scarlatta, Nathaniel Hawthorne

Proseguendo sulla scia dell’articolo di ieri in tema alla donna sorpresa in adulterio nel Vangelo di Giovanni, ripubblichiamo qui di seguito in parte un articolo apparso sul sito http://www.ilsole24ore.com in data 20/03/2016, autore Cardinal Gianfranco Ravasi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

John R. D’Orazio (13/08/2016)


Apriamo il Vangelo di Giovanni nei primi undici versetti del capitolo 8. La scena è ambientata sulla vasta spianata del tempio di Gerusalemme. Su di essa svettano ora le due cupole, la dorata della cosiddetta moschea di Omar e quella argentea della moschea al-Aqsa, “la remota”, cioè la più lontana (allora) dalla Mecca. Nel I secolo, però, qui si ergeva l’imponente architettura del tempio ebraico edificato da Erode il Grande del quale restano ormai soltanto i grossi massi squadrati del basamento che compongono il noto “Muro del pianto”. Il racconto evangelico ci porta idealmente lassù, in una mattina attorno all’anno 30. In un settore di quell’enorme piazzale si è costituito un assembramento di persone vocianti che circondano una donna, trascinata lì a forza e gettata a terra.

Dome of the Rock seen from the Mount of Olives. @John R. D'Orazio, May 2012

Dome of the Rock seen from the Mount of Olives. @John R. D’Orazio, May 2012

Nel cerchio che si è creato attorno a lei c’è, a lato, anche un uomo che sembra indifferente, tant’è vero che sta tracciando segni nella polvere. È Gesù di Nazaret, ed è anche l’unica volta nei Vangeli in cui si dice che egli scrive: nessuno, però, saprà mai che cosa segnasse in quello spazio, se alcune parole o semplici tratti casuali, come accade a molti quando ascoltano un discorso o assistono a un evento. L’ostinazione di certi studiosi ha, invece, pensato di essere in grado di sbirciare cosa Cristo stesse scrivendo. Forse una citazione del profeta Geremia: «Quanti si allontanano dal Signore saranno scritti nella polvere» (17,13)? Oppure quest’altra frase del libro dell’Esodo: «Non prestare mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia» (23,1)? Lasciamo da parte queste elucubrazioni fantasiose e ritorniamo all’evento in azione su quel piazzale.

La ragione del rumoreggiare che circonda Gesù è subito spiegata: quella donna era stata sorpresa in flagrante adulterio e il reato, stando alla legislazione biblica, supponeva la condanna esemplare alla lapidazione (Levitico 20,10; Deuteronomio 22,22). Puntualmente gli scribi e i farisei si fanno portavoce dell’esigenza dell’osservanza rigorosa della norma legale: «Mosè nella Legge ci ha comandato di lapidare donne come questa!». E, quando la folla è stimolata, il brivido della violenza di gruppo, apparentemente giustificata a livello giuridico, comincia a percorrere la mente e le mani delle persone. Gesù continua a conservare un sorprendente distacco, nonostante sia stuzzicato dai circostanti che vorrebbero coinvolgerlo in modo diretto.

Alla fine, però, Cristo si alza in piedi. Si fa silenzio e le sue parole cadono come una doccia fredda sui bollori di quell’assemblea tumultuosa: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei!». La frase è memorabile ed è un vero e proprio atto d’accusa, una sorta di indice puntato contro tutti gli ipocriti. È facile, a questo punto, notare l’esito di questa provocazione. Le voci si quietano e lentamente il capannello di persone si dissolve e rimangono solo loro due, l’adultera e Gesù, in un silenzio surreale dopo tanto clamore. S. Agostino commentava in modo folgorante questo quadretto finale: Relicti sunt duo: misera et Misericordia, sono rimasti solo in due: la (donna) misera e la Misericordia personificata in Cristo.

Una misericordia che non ignora la realtà della colpa e la necessità di una conversione: «Va’ e d’ora in poi non peccare più», dice Gesù alla donna in quella solitudine quasi surreale. Ma il primato va al perdono che esclude ogni giudizio definitivo e impietoso: «Io non ti condanno». Tutto l’evento narrato da Giovanni – alcuni, però, pensano che questa pagina, assente in molti degli antichi codici che ci trasmettono i Vangeli, sia più adatta a Luca, l’evangelista della misericordia (c’è chi ha trovato persino il punto esatto nel cap. 21 di quel Vangelo dopo il versetto 38) – può trasformarsi in un monito anche per i nostri giorni. L’esperienza amara del tradimento coniugale tormenta spesso le coppie e la superficialità che oggi imperversa la rende quasi una componente scontata. È ciò che dipingeva in modo pittoresco già l’antico sapiente biblico del libro dei Proverbi quando raffigurava così una donna amorale: «Questa è la condotta di una donna adultera: mangia, si pulisce la bocca e dice: Non ho fatto nulla di male!» (30,20).

François Mauriac

François Mauriac

Bisogna, perciò, ribadire con Gesù la necessità di ritornare a un senso morale più vigile, lapidariamente espresso in quel «Non peccare più!». È, però, indispensabile avere anche la capacità di perdonare: facile è spezzare una famiglia, una vita in comune, un legame profondo per un colpo di passione. Più coraggioso è, invece, cercare di rimettere insieme i cocci e non disperdere il tesoro di amore che pure è posseduto dai due sposi. E come annotava il famoso scrittore cattolico François Mauriac nel suo Block-notes, «l’amore coniugale, che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benché sia anche il più comune».

C’è un corollario a questa lezione sulla misericordia ed è la condanna di ogni altezzosa superiorità e di ogni ipocrisia giudicatrice nei confronti della persona colpevole. Il noto scrittore americano, Michael Connelly, in uno dei suoi romanzi polizieschi ricordava che ogni volta che puntiamo l’indice contro un altro accusandolo, altre tre dita della nostra mano rimangono puntate contro di noi. Risuonano, allora, idealmente le parole di Gesù: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Luca 6,37).

In appendice alla nostra riflessione è quasi scontato rievocare un classico della letteratura anglosassone, La lettera scarlatta (1850), capolavoro di Nathaniel Hawthorne, ambientato proprio nella sua terra, la Boston puritana del Settecento, una vicenda così emozionante da aver generato ben tre film, tutti col titolo del romanzo: nel 1926 col regista Victor Sjöström negli Stati Uniti, ove Roland Joffé ha replicato il soggetto nel 1995 con Demi Moore, mentre in Germania nel 1972 era stato Wim Wenders a riproporlo con Senta Berger. Hester Prynne è la madre adultera della piccola Pearl, condannata dal perbenismo locale alla gogna di portare sul petto per tutta la vita la lettera A di “adultera” da lei stessa ricamata su un panno scarlatto bordato di ricami e ornato di arabeschi. E come nella scena evangelica, alla fine sarà l’ipocrita reverendo Dimmesdale a dover scagliare non contro di lei ma su di sé la prima pietra, in una tragica confessione pubblica finale.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-03-21/misericordia-chi-sbaglia-132513.shtml

 

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